TRA PRECARIETÀ E STABILITÀ: QUALE LAVORO PER IL FUTURO?

Intervista a Luca Pagni, Financial Editor de "La Repubblica"

Matteo De Leonardis e Francesca Leonzi, Ufficio Marketing SGB Humangest Holding

Il nuovo Governo Conte si prepara ad affrontare importanti sfide a partire dal mercato del lavoro, che deve necessariamente continuare a creare occupazione e trainare la ripresa economica. Abbiamo intervistato Luca Pagni, Financial Editor de "La Repubblica" su tematiche stringenti di oggi e domani, il lavoro e le prospettive di crescita di questo mercato in continua evoluzione.

Parliamo di crescita: il PIL italiano è in fase di espansione da 15 trimestri consecutivi. In questo scenario, che sullo sfondo vede il recente insediamento del Governo Conte, cosa prevede per il mercato del lavoro italiano nel secondo trimestre del 2018: riusciremo a creare nuova occupazione?
Ultimamente di occupazione ne è stata creata, il problema è che è sempre poca e sempre precaria; è vero che il PIL è cresciuto in maniera continuativa ma rimaniamo sempre fanalino di coda dell’Europa. Il problema principale è quello della produttività, la crescita è continuativa ma “asfittica”, l’occupazione è precaria e sono sempre di più i contratti a tempo determinato. L’occupazione in ripresa è un fatto certamente positivo ma, essendo precaria, non sappiamo ancora se è cambiato l’approccio al lavoro, di chi lo cerca e di chi lo offre. Bisogna capire se il datore di lavoro ha solamente “sfruttato” le occasioni date dai precedenti Governi che hanno movimentato il mercato (defiscalizzazione, nuovi tipi di contratti, apprendistato, politiche per i giovani) o invece se, questo tipo di occupazione, nonostante i contratti a termine, rimarrà stabile. Mi sembra ancora troppo presto per capire dove si muoverà il Governo Conte, la mia previsione è quella di una tendenza ancora asfittica, perché non ancora vengono affrontati alcuni temi strutturali, ma comunque in miglioramento.

Con l’insediamento del nuovo Governo si è anche parlato di potenziamento dei Centri per l’Impiego, attività che precederebbe l’erogazione di un sostegno economico vero e proprio alla nuova occupazione. In tal senso, cosa ritiene debba essere fatto per rendere più efficace l’attività dei CPI?
I Centri per l’Impiego, a mio avviso, non funzioneranno mai, credo che andrebbero trasformati in centri di formazione obbligatoria, sul modello danese dove c’è un sostegno in termini economici a chi perde il lavoro o a chi passa da un lavoro all'altro ma tutto strettamente connesso alla formazione obbligatoria. Anno dopo anno emergono nuovi lavori, tutti hanno bisogno di un supporto continuo di formazione. I CPI dovrebbero fare esclusivamente questo tipo di attività, supportare chi, perdendo il lavoro, non può permettersi un corso avanzato di formazione e indirizzare dove c’è la domanda. La formazione non può essere demandata ai soli privati, tanti la fanno benissimo ma non può essere affidata solo a loro perché non tutti se la possono permettere.

I dati rassicuranti degli ultimi mesi sul fronte PIL hanno spinto le aziende a tornare ad assumere. Ci imbattiamo spesso, però, in storie di imprenditori che non riescono a individuare figure professionali pronte. A suo avviso come è possibile intervenire per contrastare questo fenomeno? L’istruzione non riesce a preparare le risorse al mondo del lavoro?
Il dato di fatto è che la prossima sfida tra le nazioni, è sulle conoscenze. In Italia abbiamo uno dei più bassi livelli di laureati d’Europa e andando avanti di questo passo, perderemmo la sfida delle conoscenze, siamo indietro come numeri avendo anche tante Università a numero chiuso.
Un Governo dovrebbe puntare su un’istruzione più teorica nei licei, dovrebbero essere potenziate e non eliminate materie come il greco, la filosofia, la geografia, ecc… perché i licei formano le teste delle persone, insegnano a studiare. Le Università dovrebbero essere, invece, le vere fucine di preparazione ed essere sempre più accessibili, come in Germania dove l’istruzione universitaria costa molto poco. Abbiamo bisogno di potenziare gli studi tecnici collegati al mondo del lavoro perché per molte figure professionali che mancano, c’è un mercato potentissimo.

Sempre in tema di lavoro e sviluppo, come si chiuderà il 2018 e quale sarà la sfida più importante che nel 2019 l’Italia dovrà dimostrare di sapere vincere per continuare a crescere?
La prima sfida è quella di coinvolgere sempre più capitali nelle ricerche di nuove iniziative, start up, perché abbiamo un drammatico problema di mancanza di fondi rivolti a questo genere di attività, mancano dei business angel. In Italia non riusciamo a trovare il "Google di domani"; se in Svezia sono stati bravi e hanno creato "Spotify", noi non siamo riusciti a creare un qualcosa come "Airbnb", "Uber", manca quella che viene definita una killer application, una nuova start up che domina il settore a livello globale. Dal punto di vista del pubblico, invece, bisognerebbe concentrare le risorse: purtroppo non si possono più dare più finanziamenti e incentivi per qualsiasi settore e attività, bisogna avere la forza per concentrarsi su tre, quattro settori "del domani" e puntare su quelli.