SPORT, PALESTRA DI VITA

Intervista alla Campionessa olimpica Josefa Idem, nella vita come nello sport, un modello da seguire.

Josefa Idem, la sua lunghissima carriera, durata oltre 30 anni, è stata costellata da medaglie su medaglie, quale ricorda con maggiore emozione e quale è stata quella conquistata con più difficoltà?
Per un'atleta dei cosiddetti "sport minori", che io ritengo solo sport di minore visibilità, vincere l'Olimpiade, mettere il piede sul gradino più alto dell'Olimpo è davvero la cosa più importante. Il risultato di Sidney, conquistato in quelle condizioni particolari, una giornata con fortissimo vento, la gara rimandata di diverse ore in mattinata, è il risultato che ricordo più volentieri, quello più importante della mia carriera.
I risultati più faticosi sono stati i due Mondiali che ho disputato quando ero incinta: la prima volta, di dieci settimane, ho disputato i Mondiali a Città del Messico. Ero abbastanza in difficoltà per via della gravidanza e dell’altura ma sono arrivata terza. Questo è stato un risultato faticosissimo per entrambi e importantissimo per il seguito, perché poi sono entrata nel club olimpico. La seconda volta ero all'inizio della gravidanza e non sapevo ancora di essere incinta, lo sospettavo e, così, quando ho fatto il Mondiale in quelle condizioni è stato molto faticoso.

Il canoismo è uno sport che poche persone seguono ma che regala tantissime emozioni, come accaduto a lei: come si è avvicinata a questa disciplina e quanto è dura dal punto di vista fisico?
Il canoismo è molto faticoso fisicamente: quando ho iniziato a casa mia, da bambina, a dodici anni, su quel canale che serviva al trasporto del carbone, l’ho fatto in mezzo alle zattere; è sempre impegnativo iniziare a pagaiare ma, quando si è bambine, è un gesto ancor più faticoso. Mi sono avvicinata seguendo mia sorella: la seguivo sempre ma era forte il richiamo che veniva dalla Società di canoa della frazione in cui vivevamo. All'inizio cadevo sempre in acqua e nessuno avrebbe scommesso sulla mia carriera perché sembravo veramente imbranata; ero piccola e magra mentre le compagne della mia età erano ben posizionate muscolarmente e a livello fisico. Poi, a 15 anni, sono cresciuta di 15 centimetri e ho sviluppato una tecnica efficace, stupendo tutti quando ho vinto il Campionato Ragazze. Da lì, hanno coltivato il mio talento ma sotto le ali dell’allenatore Federale, che mi chiedeva un impegno devoto e acritico, seguendo la filosofia della fatica fine a se stessa, ho rischiato di smettere.

Qual è la chiave giusta per coltivare il talento?
Coltivare un talento significa che una persona riesce a esprimere il proprio potenziale e durare nel tempo. Se si trova un'atleta brava a 16 anni che a 20 vince le Olimpiadi ma a 21 anni ha smesso, secondo me vuol dire che non è stato fatto un buon lavoro. La chiave è quella di non avere fretta, di non esagerare nelle richieste e nel peso delle varie conciliazioni, sport e vita privata, sport e scuola, sport e studio, vita sociale e quant'altro. Non bisogna eccedere, quindi, nello "stress test" e creare condizioni che permettano queste conciliazioni. Coltivare il talento non significa sottrarlo a qualsiasi piacere della vita, solo così gli atleti conservano la passione, l'interesse, la curiosità, finché non hanno superato la categoria junior. Intorno ai 20, 22 anni, hanno un'altra testa sulle spalle e se si trovano a quell'età senza "bruciarsi" prima, sono in grado di accettare le sfide dello sport ad altissimo livello. Se queste condizioni le poniamo ai ragazzi sotto i 20 anni, rischiamo di bruciarli.

Quali sono i valori che devono avvicinare i ragazzi al mondo dello sport?
Più che valori, sono dei sani principi, gli adulti devono fare loro delle proposte, perché un bambino di 10, 12 anni non sa tutte le possibilità che ci sono. Gli devono essere presentate tutte le possibilità, devono provarle e devono farli scegliere con la massima serenità. I bambini fanno sport e si misurano con gli altri, vogliono vincere, però deve essere sano il modo in cui vivono l’agonismo e la competizione. Non devono essere caricati dalle nostre aspettative che vanno nella direzione di voler dare loro un futuro da grande campione; non dobbiamo dare loro l'idea di averli messi all'interno di un contesto sperando che prendano un ascensore sociale. Per me è un valore, lo sport "giocato", vissuto come scoperta, come campo di prova di solidarietà, socialità, convivenza, rispetto per gli altri che diventa rispetto per se stessi. Per me questi sono i grandi valori che devono respirare i giovani quando vengono avvicinati allo sport.

Negli ultimi anni è sempre più attiva in ambito sociale, sostenendo la valenza educativa dello sport: quanta responsabilità sente nell'essere diventata quasi un’“ambasciatrice” di questo mondo?
Negli ultimi anni ho dato una cornice concreta a questa responsabilità: l'anno scorso mi sono laureata in Psicologia e attualmente collaboro con l’area del settore giovanile scolastico della FIGC, per fare in modo che si possa promuovere un altro modello nello sport, specie nel calcio che è uno degli sport che stimolano di più i sogni dei ragazzi e degli adulti, ma che li delude anche di più. Costruisco i contenuti della formazione per i genitori e per gli allenatori, costruisco i laboratori per i ragazzi affinché siano a conoscenza dei valori dello sport e li interiorizzino. Parlando di giovani, inoltre, mi piace molto ricordare che con loro il lavoro diventa proiettato nel futuro. Spesso nello sport di alto livello, approdano degli atleti "cresciuti male", ossia all'interno di un contesto educativo che si ispira a paradigmi superati. È importante lavorare bene con i giovani ma non solo per quel periodo di età perché, muovendosi sulla linea del tempo, quelli che hanno lavorato in un contesto costruttivo e supportativo, saranno degli adulti che potranno beneficiare dello sport per tutta la vita. Un obiettivo al quale dobbiamo aspirare è, dunque, che chiunque faccia dello sport, che sia bravo o meno, il giorno in cui chiude quella parte della sua carriera abbia, sempre, una bella storia da raccontare.